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É IL MOMENTO DI PENSARE ALLE TINTURE NATURALI?

Sabato 8 giugno ho partecipato alla giuria del Premio Internazionale di Fiber Art “Premio Valcellina/Valcellina Award” che ha selezionato da una ampia rosa di artisti internazionali under 35 anni le opere da premiare. Tra le più interessanti si è classificata al 3° posto la taiwanese Yu Jung Wu di cui mi ha sorpreso la raffinata opera intitolata The River My Heart Seek, che riflette sul problema dell'inquinamento presentando una “tintura” realizzata con le acque sporche e tossiche di diversi fiumi del suo Paese. Yu infatti ha “tinto” dei brandelli di tessuto bianco annodati con varie piegature secondo la tecnica preziosa dello shibori, che preserva alcune parti dalla colorazione lasciando emergere il bianco del tessuto originale, immergendoli in otto fiumi della città di Kaohsiung, il cui alto tasso d'inquinamento è dato dalla presenza massiccia di industrie di fertilizzanti, metallo, alluminio e altre sostanze. Il colore, valore aggiunto dei tessili, è stato qui sostituito dalle impurità industriali scaricate nei fiumi. In Italia, come Textures documenta costantemente, la sensibilità dell'industria tessile verso il problema ecologico è in sviluppo costante e crescente, e quindi proprio parlando di colorazioni mi sembra interessante introdurre le tinture naturali nella possibilità della loro applicazione artigianale e industriale.
Oggi il nuovo interesse per la cultura materiale e locale e il successo di mercato dei prodotti eco-compatibili hanno stimolato un po' in tutto il mondo nuovi studi storici sui coloranti naturali e anche nuovi investimenti economici per il loro sfruttamento dal punto di visto produttivo e commerciale e anche da quello turistico. Da qualche anno, per esempio, la Francia ha ripristinato la Route historique au pays de cocagne: la storica strada dei Paesi della cuccagna, cioè di quei paesi che traevano la loro ricchezza dalla produzione e commercializzazione della tintura in blu con il guado (Isatis tinctoria L.), di cui avvolgevano le foglie in forma di sfera, strada che partendo da Toulouse attraversa 17 siti, disseminati su un circuito di 200 chilometri. Anche in Italia ci sono delle realtà territoriali che hanno avviato delle attività di promozione culturale e turistica: a Lamoli, frazione di Borgopace (Pesaro-Urbino) la cooperativa Colori dell'Appennino gestisce il Museo dei colori naturali Delio Bischi fondato nel 1997, che ha una produzione su vasta scala di pigmenti e coloranti vegetali tra cui Isatis Tinctoria, Reseda luteola L. e Rubia Tinctoria L. Il Museo ha un “Laboratorio di sviluppo e ricerca” in cui viene eseguita l'estrazione dei pigmenti vegetali da fiori, bacche, foglie e radici e le tinture tessili sono sottoposte alla verifica della stabilità cromatica rispetto a successivi lavaggi e al degrado cromatico fotoindotto per l'effetto dell'esposizione prolungata alla radiazione solare. Nel vicino chiostro dell'Oasi di San Benedetto sono conservati i documenti d'archivio, l'erbario con le schede tecnico-scientifiche sulle principali essenze tintorie. (https://www.beniculturali.it/luogo/museodei-colori-naturali-delio-bischi).
Ma perché interessarsi oggi alle tinture naturali?
Perché i coloranti naturali hanno proprietà conservative (antimuffa, antivegetativa e antitarme) e terapeutiche (antibatterica, antimicrobica, antivirale), sono considerati ecologici in quanto sono ottenuti da risorse rinnovabili rispetto ai coloranti sintetici che derivano da risorse petrolifere non rinnovabili; sono biodegradabili e la materia vegetale residua lasciata dopo l'estrazione dei coloranti può essere facilmente compostata e utilizzata come fertilizzante. Dal punto di vista estetico le tinture con i colori naturali permettono colorazioni bellissime, molto diverse da quelli ottenute con i coloranti di sintesi: infatti non sono mai completamente sature, mantengono una qualità di velata trasparenza che conferisce profondità al colore e si combinano fra loro in modo sempre armonioso; il segreto della loro bellezza è nel fatto che non si tratta di una singola entità chimica ma di miscele di strutture complesse che contengono più cromofori, di cui quello prevalente è quello che vediamo come colore, arricchito dalla presenza degli altri cromofori; quando si combinano colori diversi ciascuno contiene in parte qualche cromoforo dell'altro con cui si armonizza.
È dunque giunto il momento di prevedere un ritorno a una produzione mondiale delle tinture naturali nell'industria tessile?
Una produzione sì, ma non sostitutiva a di quella chimica che sta seguendo una strada di compatibilità ambientale, bensì una produzione parallela. Infatti ci sono dei limiti per una sua presenza industriale massiccia nei mercati globalizzati: dal punto di vista dell'agricoltura le tinture vegetali richiederebbero estese piantagioni necessarie per estrarre la piccola percentuale di materia colorante purificata dagli altri costituenti, utilizzabile nella tintura; i processi di estrazione si presentano lunghi e diversificati; le tempistiche e la conservazione del macerato hanno una gestione piuttosto complessa. Infine una nota dolente che richiede di essere affrontata e risolta in una compartecipazione tra produttori, marketing e vendita è la comunicazione delle loro potenzialità e dei loro meriti qualitativi al consumatore disinformato, quello che è abituato da più di un secolo a vedere e servirsi di colori completamente coprenti e compatti, senza profondità né “imperfezioni”, riproducibili all'infinito uguali a se stessi e che quindi per pigrizia e assuefazione pretende la stessa performance da quelli naturali che, per loro natura, sono belli e vibranti ma mai replicabili identici, né non omogenei come quelli chimici. Laura Cortinovis, che ringrazio per la lunga intervista e il materiale che mi ha procurato, ritiene una criticità della tintura naturale nella produzione tessile industriale stia nella preparazione del tessuto tramite mordenzatura e candeggio per togliere le scorie i grassi e altre impurità, che spesso non ne garantisce in realtà l'uniformità assoluta, per cui data la natura semi-trasparente dei coloranti naturali ne potrebbe emergere ogni pur minimo difetto, comprese le piccolissime imperfezioni della tessitura. Alcune industrie tessili che hanno sperimentato le tinture naturali hanno abbandonato la ricerca dopo i primi ostacoli. Eppure oggi è giunto il momento di pensare alla tintura naturale anche per delle produzioni industriali destinate a un mercato evoluto.
Ma il comparto produttivo è pronto? Ci sono consumatori sono consapevoli?
Io penso di sì, che i tempi siano maturi per iniziare seriamente. Per questo ho iniziato questa ricerca, incontrando molte realtà in divenire, veramente interessanti: produzioni agricole di erbe tintorie e di coloranti estratti in forma liquida impiegabili nei tessuti e nelle pelli, esperti che si propongono per consulenze, laboratori di ricerca, tintorie attrezzate che garantiscono colorazioni di qualità, produzioni artigianali e semi-industriali e infine le capsule collection delle grandi industrie che intendono saggiare il mercato...........

stralcio articolo pubblicato sulla rivista Textures, n. 026

scritto da  Renata Pompas
textile design• fiber art • colore • docente • giornalista • saggista